i-Ku

9 novembre 2009

La mia ultima chance.


“Se vuoi scrivere di persone, devi viaggiare per la città. Non c’è niente di meglio di un giro in tram o in pullman per farlo; lì puoi osservare e conoscere soggetti interessanti senza che essi se ne accorgano, standotene in disparte, compreso ed esterno a questo mondo di merda.” - Questo è ciò che Mario mi disse appena feci la sua conoscenza.


Erano circa le otto di una mattina di dicembre e, alla fermata del pullman, il vento gelido mi lacerava la pelle laddove era scoperta. Indossavo un caldo montgomery grigio e un paio di guanti neri, privi di copertura sulle dita per permettermi di fumare anche in inverno, ed il mio collo smilzo era fasciato da una sciarpa di lana; nonostante questa bardatura, tremavo come se fossi stato nudo. Dovevo andare a lezione ed ero nuovamente in ritardo. Fumavo, sbadigliavo, attendevo e maledicevo mentalmente il pullman perché tardava ad arrivare. Passarono ancora cinque minuti. Arrivò. Entrai al caldo facendomi strada tra individui assonnati ed immobili, sempre pronti a scattare appena trovano un posto incustodito da ghermire avidamente. Quella mattina per caso ne rimase libero soltanto uno, quello accanto ad un uomo sciupato, ma dallo sguardo vigile. Me lo ricordo ancora bene. Folti capelli a caschetto di un nero sfumato al grigio, tanto unti da riflettere le luci nel pullman, delimitavano un viso secco dal quale spuntava un naso rosso. Indossava mocassini, giacca di pelle scamosciata e pantaloni porpora, nei quali le gambe navigavano scarne e tremule. Mi sedetti alla sua sinistra con circospezione. Mi accorsi che si dondolava sulla schiena nervosamente avanti e indietro. Allungando il collo, notai che reggeva saldamente con la mano sinistra un cartoccio contenente vinaccio della marca di un ben noto discount; nella destra nascondeva una penna e sul grembo un taccuino aperto. Fu mentre lo stavo squadrando che mi disse la frase citata all’inizio. Dopo si presentò. Rimasi schifato dal suo alito, qualcosa di mostruoso, paragonabile soltanto all’odore di un sacco contenente materiali organici decomposti da mesi. Nemmeno io riuscirei ad arrivare a tanto, nemmeno dopo essermi sgolato una bottiglia del peggior whisky in circolazione. Lo ammetto. Mi sono sempre reputato uno stupido. Comunque, feci una smorfia, abituandomi pian piano a quell’odore, e mi presentai. Mario mi sembrò un personaggio curioso. Mi disse che ogni giorno prendeva un pullman a caso e che poi girava la città lungo tutta la tratta, andata e ritorno. Non mi parve tanto a posto. Un quarto d’ora dopo dovetti scendere e lui pronosticò che ci saremmo incontrati ancora, e fu davvero così.


Lo rividi altre volte, puntualmente seduto a dondolarsi e a prendere appunti sullo stesso taccuino. Scoprii che aveva cinquant’anni ed un tempo era considerato un giovane scrittore dal talento smisurato. Per colpa di una storia d’amore finita malamente e la conseguente depressione, impazzì. Debole, a suo malgrado venne rinchiuso tra le mura di un manicomio. Se questo non fosse bastato a dargli il colpo di grazia, in quel periodo morirono tragicamente anche i suoi genitori in un incidente che vide la loro auto schiantarsi contro un albero; responsabilità della nebbia e di una lastra di ghiaccio invisibile. Perse la testa. In seguito venne approvata la legge 180, che stabiliva che tutti i manicomi dovessero venir sfollati senza indugio. Così Mario si ritrovò purtroppo in mezzo ad una strada a bere vinaccio, in compagnia della sua solitudine e della sua intima pazzia; mantenuto da un misero sussidio statale mensile. La notte dormiva in un dormitorio scalcinato di periferia e di giorno girava la città a bordo dei vari mezzi pubblici. Non riuscì mai a guarire del tutto. Intanto continuava a descrivere, sul suo taccuino ormai logoro, le persone che gli capitavano davanti.


Da lui appresi sia l’amore per la scrittura che quello per l’alcol. Tuttavia il nostro rapporto di amicizia si interruppe nell’agosto seguente. La cirrosi pensò bene di ingiallirgli la pelle e fottergli il fegato. Benché fosse stato inserito in un’infinita lista d’attesa per un trapianto, non sopravvisse tanto a lungo per riceverlo. Scomparve dalla mia vita come era apparso. Una sfuggente e formidabile nube alcolica.


Prima di conoscerlo, ero solito entrare in pullman anonimamente, mi mettevo gli auricolari che pompavano la mia musica preferita, e attendevo la mia fermata fuggendo gli sguardi della gente e guardando nel vuoto. In questi anni ho deciso di seguire i suoi consigli. Ora anch’io possiedo un taccuino e in disparte, compreso ed esterno a questo mondo di merda, non mi vergogno di osservare tutti, probabili e utili personaggi per un romanzo. Ho riso sentendo anziani criticare i giovani d’oggi. Mi sono innamorato di belle donne, a loro insaputa. Ho visto ragazzini tornare la domenica mattina ubriachi, criticando gli anziani che non gli lasciavano il posto a sedere. Ho ascoltato in silenzio gli schiamazzi di zitelle al cellulare e notato borseggiatori ripresi dalle telecamere di servizio. Ho trascritto tutto, ogni cosa; anche il minimo dettaglio è importante per comprendere la psiche contorta di un individuo.


E ora? Prima che l’alcolismo smodato prenda il sopravvento su di me, non mi rimane che sperare nella pubblicazione di questo racconto. La mia ultima chance.



 

6 commenti:

  1. complimenti... a mio avviso hai più che una chance! Non smettere di crederci! E nemmeno di osservare la gente e di scrivere sul tuo taccuino.
    Paola

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  2. Grazie! A dire il vero questo racconto l'avevo mandato ad un concorso e oggi ho scoperto di non aver raggiunto il podio... Sarà per la prossima! Eheh.

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  3. Non è passato nemmeno un mese da quando ho deciso di immergermi nella blogsfera. Dopo quel disastro sociale denominato in gergo "Facebook" gironzolare per i blog l'ho considerata una sfida.
    Come per Facebook qui ce n'è per tutti i gusti ma a differenza del social network i pensieri delle persone che navigano la blogsfera, a volte, riescono ad essere tangibili. E' evidente che questo è uno di quei casi.

    E' un racconto bellissimo. Mi associo alle parole di "lunapiena70".

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  4. P.S. Dimenticavo! Anche l'immagine del quadro è suggestiva: quansi quanto il tuo racconto.

    Saluti dallo sconosciuto del terzo piano

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  5. Grazie infinite anche a te, sconosciuto del terzo piano. Questo progetto, anzi diletto, lo porto avanti da circa due anni e mi piacerebbe che mi conducesse altrove. Continuerò a sperimentare e a pubblicare, sperando che possa sempre essere di vostro gradimento. Eheh.
    Buona serata,
    Mr.Gray

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  6. La vita ci sorprende quando meno ce l'aspettiamo :)
    E come amo spesso citare:
    "Il succcesso è stato sempre figlio dell'audacia" (Voltaire)

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