Guglielmo è disteso sul letto. Non ha voglia di alzarsi. Saranno tre ore che è lì, immobile. Ha gli auricolari, collegati ad un minuscolo aggeggio elettronico, ad un centimetro dai timpani. Ascolta musica, è una canzone che dura undici minuti e quarantasei secondi e la riascolta per la settima volta.
La pensa. La pensa. Pensa a lei, distante anni luce.
La stanza è annegata nel buio più totale. Le serrande davanti alle finestre sono adagiate su loro stesse, soffrono il loro stesso peso e non permettono di essere attraversate né da fugaci aliti di vento né dai raggi tenui del sole. Guglielmo non sa nemmeno se sia giorno oppure notte. La batteria si è trasformata in una contraerei. Dal soffitto piovono kamikaze come comete. La sua mente sta viaggiando lungo gli orizzonti dell’universo compresso nella sua minuscola scatola cranica. La musica raggiunge livelli di concitato vigore pari soltanto ad un’eruzione vulcanica. Il volume si abbassa lentamente e Guglielmo sa che sta per arrivare la fine, preannunciata da uno clangore devastante di un piatto. Se lo immagina. Per fare quel rumore, deve essere almeno grande come un disco volante. Apre gli occhi. Non è cambiato nulla da quando li aveva richiusi.
La musica finisce. Pensa a lei. La musica ricomincia.
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