Intorno a lui una Torino notturna, illuminata dai molti lampioni e dai pochi fari delle auto, così veloci da lasciare dietro di sé soltanto brillanti scie rosse, pregna di magia e profumata di malinconia ed ebbro vivere. Il marciapiede su cui camminava sembrava essere madido di orme, infinite, ognuna con una propria forma, grandezza e direzione, ognuna con qualcosa da raccontare. Affianco a lui i lampioni che, separati tra di loro da interminabili spazi, sembravano voler delimitare con alcune linee immaginarie il marciapiede dalla strada. Quest'ultima pareva essere luogo di furibonde corse contro il tempo, eppure era notte, chi avrebbe dovuto avere fretta? Era tutto così strano.
La notte gli permetteva di immaginare più di qualunque altro istante del giorno, era tutto così strano.
Camminava ormai da un'oretta abbondante, la sigaretta accesa tra l'indice ed il medio, le dita più gialle della mano,fumava già da parecchi anni. Non sentiva più fatica siccome le quattro birrette bevute qualche ora prima e prese dall'indiano ora gli alleviavano il peso della distanza. Era solo in mezzo alla strada eppure sentiva l'ebrezza ed il piacere di spostarsi a piedi. Era un'esperienza unica ed avvolgente, per accorgersene bastava alzare la testa al cielo, più in là dalle luci dei lampioni, verso ciò che ha sempre stuzzicato le fantasie e gli interessi degli Antichi, le stelle. Era incredibile quante ce ne fossero quella notte, bastava acuire la vista per vederne altre.
Era tutto così strano.
Improvvisamente si ritrovò di fronte al portone di casa sua. Decise di accendersi l'ultima sigaretta della serata, era tutto così tranquillo e sereno. I passeri avevano già cominciato a cinguettare e l'alba ormai a farsi sempre più vivida. Ogni boccata di fumo era una silenziosa contemplazione di quell'affascinante natura ancora ingabbiata nella sua Torino. Appena finita, si mise le mani in tasca, tastò e prese le sue chiavi di casa, aprì il portone ed entrò.
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