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La notte velava ogni cosa, posava la sua dolce coltre scura sul manto erboso.
La luna, rossa come una favilla, illuminava con la sua luce fioca quelle poche panchine accanto alla strada, seduto su una di queste un uomo osservava fascinato quel paesaggio così innaturale.
La luna sembrava volesse accecarlo e la notte assimilarlo, lui si sentiva soverchiato da tale sgomenta bellezza.
Era immerso in mille pensieri, uno dei quali lo tormentava. Si sforzava di capire perchè lui sostasse proprio su quella panchina, in silenzio, ogni notte da innumerevoli anni. Ogni sera l'uomo era solito tornare dalla sua fidata osteria ed in seguito, sulla via del ritorno, sedersi su quella panchina.
L'abitudine di andare in osteria era ormai diventata una necessità visto che solo lì poteva annegare i propri sentimenti in una caraffa di rosso vivace, tanto vivace quanto lo erano i piedi che l'avevano pestato. Non aveva mai potuto concedersi il lusso di avere dei figli poichè aveva passato tutta la propria vita a guadagnarsi quei pochi soldi, giusti solamente alla propria sopravvivenza.
Ogni sera si sedeva su quella fredda panchina, battuta da chi sa quali ruvide e sapienti mani, mani che hanno passato tutta la propria vita a battere il ferro. La panchina era arrugginita ai piedi, sul sedile e sullo schienale giacevano tonde goccettine d'acqua, splendenti alla rossa luce della luna. L'uomo trovava piacevole sedersi su quell'umida panchina e bagnarsi i calzoni quel poco che bastava a farlo sentire vivo.
La notte scorreva lenta, la luna si schiariva.
Mille pensieri gli passavano per la testa come cavallette che saltano sui fili d'erba in estate.
L'uomo d'un tratto si alzò con un balzo degno di un circense, con un fazzoletto nella mano cercò di asciugarsi alla buona i calzoni umidi e si avviò verso la strada del ritorno.
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