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19 maggio 2009

La campagna.

















































































































































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Ormai sessantenne aveva deciso di trascorrere quella domenica nella sua casa di campagna. Era l'unico giorno che aveva potuto ricavarsi da una vita intensa di lavoro ma povera di sentimenti ricambiati, passava tutte le sue giornate a sentire i mali dei suoi assistiti, curarli per poi rivederli, dopo qualche giorno, tornare con chissà quale malore improvvisato. A lui chi ci pensava? La moglie qualche anno prima, stremata, aveva deciso di separarsi da lui, ormai troppo attaccato ai propri interessi economici e buono a deriderla per la sua fiacca femminilità; sua figlia non voleva più sentirsi insultata da un padre che non capiva quanto lei cercasse di farsi notare e apprezzare, ci teneva molto. Suo figlio non voleva più avere niente a che fare con lui, lo odiava più di ogni altra cosa, forse era stato un po' troppo severo e intransigente durante tutta la sua infanzia e questo non aveva mai aiutato il loro rapporto. Intorno a sé esclusivamente indifferenza.



Era arrivato lì all'alba, aveva percorso l'autostrada con la sua station wagon grigio metallizzato, adatta soltanto per una famiglia ormai lontana e invisibile. Giunto in quella casa madida di ricordi, pensando alla moglie che gli sorrideva e ai figli che un tempo lo chiamavano "Papà!", non voleva far altro che sfogare tutto ciò che aveva accumulato in settimana facendo lavori di manutenzione per il giardino. La casa era rimasta come l'aveva lasciata l'ultima volta che era giunto lì, la campagna riesce a mantenere inalterati i ricordi. Lui si rilassava in quel modo, sudava e si scottava tutto il giorno sotto il sole intenso di giugno. Un medico in canottiera su di un trattorino tagliaerba non era cosa comune da vedere. Se i suoi pazienti l'avessero visto, sicuramente l'avrebbero revocato, ma lui di questo non si preoccupava. Si fermò appena cinque minuti per mangiare un panino che aveva provvidenzialmente preso in autogrill quella mattina. Poi subito di corsa a faticare nuovamente, aveva solo una giornata per stare lontano da tutto, per non pensare a nulla, solo per sfogarsi fino a sera.



La notte calava sui verdi prati, i raggi fiochi della luna accarezzavano quella calma vallata, le numerose stelle erano diverse da quelle della città, innumerevoli e luminosissime. Intorno a lui mille grilli suonavano e altrettante cavallette danzavano. Decise di scendere giù in cantina, prendere il miglior vino che avesse e berselo con calma, ascoltando quella meravigliosa natura. Scese le scale e, avvolto dal mistero che solamente una cantina in tufo può dare, scelse una bottiglia di Barolo del 1999. Doveva essere un'annata ottima, anche se il periodo non era stato dei più felici perché gli mancò il padre, forse l'unico vero punto di riferimento nella sua vita. Quella bottiglia gliela regalò la madre, essendo astemia e non sapendo, quindi, più che farsene. Risalì le scale con il vino in mano, prese una sedia e un cavatappi dalla cucina che puzzava di chiuso poiché le persiane non venivano spalancate da diversi mesi. Mise la sedia in mezzo al giardino e lì si sedette con estrema calma. Aprì la bottiglia con estrema cura, aveva voglia di perdersi in quella natura così dolce e materna, così affettuosa. Non gli interessava fare ossigenare il vino, non era da lui. Non voleva avere brutti pensieri per l'intera durata di quella serata. Desiderava tornare a sorridere, pensare ai momenti passati da militare, le bevute colossali e le innumerevoli donne. L'odore di umidità lo pervadeva fino in fondo al cuore, lo rinfrescava. Il vino finiva e lui, solo, sorrideva.

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