i-Ku

19 maggio 2009

Passato remoto.

















































































































































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Era tornato a casa da poco, la notte era fuggita via per dar spazio ad un sole troppo invadente. Si era svestito lentamente, pezzo dopo pezzo, come se si stesse togliendo di dosso una pesante armatura in ghisa. Finita l'operazione e dopo essersi messo a letto, ubriaco come innumerevoli sere da qualche anno a quella parte, unico modo per conciliare il sonno, gli tornarono in mente i discorsi fatti qualche ora prima con alcuni dei suoi coetanei. Qualcosa lo turbò.



 Aveva riso e scherzato con tutti, ininterrottamente per tutta la sera. Era uscito da casa col pensiero di svagarsi un po' e di tornare poi a chissà che ora, marcio, giusto per perdere un po' di tempo, così da non rimare solo a lungo. Adorava quelle serate, in cui i maggiori problemi venivano meno per lasciare il posto a ilarità quasi surreali. Stare fuori di casa per non sentire i genitori, piuttosto severi, che non gli lasciavano nemmeno l'aria da respirare, poiché continuavano a rimproverargli la sua negligenza verso i propri doveri. Secondo loro non si comportava da persona adulta, non riusciva ad essere responsabile di se stesso. Eppure anche loro erano stati giovani in passato, non potevano trattarlo così duramente, lo trovava davvero ingiusto. Si sentiva ingabbiato e solo gli amici sembravano capirlo. Gli amici, il suo rifugio.



Nel dormiveglia però qualcosa continuava a non tornagli, probabilmente era una cosa semplice, una cosa alla quale non aveva mai pensato fino a quel momento. Nessuno usava nei propri discorsi il passato remoto, nemmeno lui. Nessuno era solito usare quella forma verbale del modo indicativo, che viene dopo il passato prossimo ed è l'opposto del futuro. Si ricordava forse anche la posizione in cui si trovava nelle tabelle dei libri delle elementari. Forma verbale impiegata per denotare accadimenti ritenuti, effettivamente, come portati a termine in un passato considerato, inconsciamente, come ormai perduto, forse perché ormai acquisito e ben radicato nel proprio animo. Il tempo degli antichi, coloro che fecero e poi scrissero la storia. Il tempo da cui s'impara qualcosa e da cui si può trarne vantaggio per un futuro che altrimenti potrebbe risultare estremamente arduo ed impervio da affrontare.



 Presente, imperfetto, passato prossimo e futuro. Tutti usavano quelle forme verbali nei propri discorsi. Ma non c'era davvero  nessuno che usasse un maledettissimo passato remoto. Nemmeno uno. Nemmeno per sbaglio. Si confondevano addirittura gli imperfetti con i congiuntivi. Neanche l'ombra di un passato remoto.



 Questo fatto lo impressionò a tal punto da farlo impazzire. Gli era passato il sonno, continuava a chiedersi il perché di tutto questo. Si arrovellava il minuscolo encefalo. Era davvero strano, presumibilmente davvero stupido. Forse nessuno aveva più memoria dei tempi andati, forse era passato troppo tempo da allora. Forse tutti quei momenti erano corsi via per davvero, persi in chissà quale dimenticatoio oscuro e oscurato da se stessi.  Tempi infami!



Quella situazione ormai andava avanti da troppo tempo, troppo. Tutti ci si erano abituati. Era troppo facile. Temporeggiare in ogni modo possibile e pensabile. Il vivere quell'eterna transitorietà di se stessi, autocommiserarsi e bestemmiare chissà quale dio, soltanto perché non si trovava la forza di ammettere i propri fallimenti per poi dover accettare stoicamente le dovute conseguenze. Il pensare ad un futuro roseo, senza alcuna preoccupazione, sperando che lo stesso dio, poco prima bestemmiato, decida, sulla sola fiducia, di concedere qualche fortunata opportunità di migliorare la propria condizione, magari facendo trovare al povero illuso qualche milione di euro, indicandoglieli con un fascio di luce sul marciapiede su cui era intento a camminare; dato che il poveretto non avrebbe neanche avuto la voglia ed il coraggio di guardarsi intorno per cercarli altrove.



 Senza rendersene conto ci si credeva davvero. Senza affrontare nulla. Era comodo pensarla e viverla in quel modo. Andava fin troppo bene. Saziarsi di aria condensata. Ci si conviveva abbastanza piacevolmente in quel transitorio ed eterno oblio di se stessi, voragine vorace di un bramato nulla. Nessun cambiamento all'orizzonte. Vigliaccheria o convenienza. Che differenza c'era?



Stanco di tutto, tornò a dormire.

2 commenti:

  1. Il pensare ad un futuro roseo, senza alcuna preoccupazione, sperando che lo stesso dio, poco prima bestemmiato, decida, sulla sola fiducia, di concedere qualche fortunata opportunità di migliorare la propria condizione, magari facendo trovare al povero illuso qualche milione di euro, indicandoglieli con un fascio di luce sul marciapiede su cui era intento a camminare; dato che il poveretto non avrebbe neanche avuto la voglia ed il coraggio di guardarsi intorno per cercarli altrove.


    Azzeccatissima, rende proprio l'idea.

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evitare lo stesso spazio universi in loculi di cemento schivare sguardi come l'affetto dei promoter in centro per poi scaraventarli in b...