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Ci sono volte che tutto sembra andare per il verso appropriato. Tutto dovrebbe andare sempre per il meglio. Non è forse così che deve andare? Tutto per il meglio. Già, il meglio pare non essere altro che il più intimo desiderio di allontanarsi dignitosamente dalla nostra misera esistenza, dalla quale per forza di cose siamo misteriosamente affetti; proprio come se fosse dovuto ad un morbo ancora più terribile. Pensiamo di meritarcelo in fondo. Ci diciamo di essere specialmente normali. Dopotutto non abbiamo mai causato dolore a nessuno, di sicuro non di nostro proposito. Viviamo la complicata battaglia interiore per raggiungere il podio di argilla più alto. Vorremmo innalzarci verso l’impossibile, quello che abbiamo sempre cercato di vanificare. Causa la nostra inadeguatezza al mondo circostante, la brama di annichilirci è via via più vivida; culmina per forza di gravità da una corda in canapa, appesa al soffitto. La nostra testa ruvida e illusa si sforza di trovar comodo un buco, il ricordo del lento trascorso all’interno del gineceo materno. Lì sì che trascorrevano ore stupende a galleggiare eterei nel mare della pseudo-esistenza; la nostra stanza era composta da pareti gementi, buie quanto la notte precedente alla comparsa del primo sole. Solo in questo loro caldo abbraccio levigato, giacevamo inermi, raggomitolati germi creati dall’amplessico fiato più importante della nostra vita. Quello che non abbiamo mai vissuto e mai vorremmo vivere!
E ora? Cosa dovrebbe succedere ancora? Rapiscimi vortice abissale! Nessuna vittoria ha un sapore delicato se mai si è gustata la prelibatezza della sconfitta più amara. Fanculo.
E ora? Non mi aspetto nulla. Attendo. Qualcosa mi tenta. Che sia il tendere il tendine dell’avambraccio? La via giusta è quella più scura, quella seguita dalla percossa. Batto! Non c’è nessuno qui a parte il mio me. E’ zitto, letargico come il mio desiderio. Non lo voglio disturbare. Dormi amore.
E ora? Dio prendimi con te! Ti aiuterò affinché questo sia fatto. Mi crocifiggerò quotidianamente in tuo nome. Salvami da me!
E ora? E’ l’ora! Allora mi inoculo colei in cui troverò la beatitudine della mia salvezza. Eroina. Sì, sei tu, la mia eroina. Un po’ di rosso passionale ti confonde e precede il tuo cammino mentre l’aculeo gentile, che mi alimenta, sorride e timidamente ammette:” Guarda, oggi non sono proprio in vena di scherzare.”.
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