In questo livido tramonto l’astrale falce
Di Selene invano tenta di sgretolare
La fragile cristalliera stellata sotto cui sto;
Cianotica prima, e ora più angusta,
Viola-etilica sulle mie serrate labbra,
Madide, incrostate d’ubriaca apprensione
Per un tuo richiamo qualsiasi - improvviso.
Oggi come ieri, e come l’altrieri, ti sei chiusa
E defilata senza nemmeno concederti
Sussurri o sbadigli, vitali per me, insaziabile.
E fumare, e ubriacarmi e brancolare
Per i bui labirinti nel mio cranio ingombro
Non serve a sbiancarmi la coscienza
Finché nuovamente tu non sarai qui.
Allora vengo io a scovarti per contorti
Vicoli, anguste piazze e immobili corsi
Di questa città dei morti che ignora, come te,
Il mio senso di perverso spaesamento.
Non ti scorgo, non ti stano, t’immagino
Altrove, fuggita dalla mia luce misera
Di fioca tenebra sincera, intrattenerti
Con squallidi porci, abbacinati dalla tua.
Impazzisco incerto, fuggo incespicando
Senza alzare gl’occhi all’ormai opaca cristalliera
Gravida di leste scie siderali: stomachevoli.
Mi corico, m’arrendo insonne e nauseato,
Suicidandomi ancora una volta (l’ennesima)
E, quando disinvolta farai ritorno da me,
Ti sboccherò la mia più cruda apatia addosso.
i-Ku
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