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14 febbraio 2011

Quando non si può tornare indietro

 Questa mattina sono arrivate poche chiamate alla centrale dei carabinieri di Gela: le solite indicazioni di situazione sospette, segnalazioni di presunti furti d’auto e d’incidenti agli incroci. Una noiosa giornata come tutte le altre, aveva pensato l’operatore di turno. Non si sarebbe mai aspettato che verso le tredici potesse arrivare una chiamata in grado di inchiodarlo alla sedia. Atterrito. Non è riuscito nemmeno ad esordire con l’ordinario “Carabinieri, buongiorno” che un bisbiglio di donna piagnucolante, disturbato dallo spirare di un vento debole, gli ha raggelato il sangue con una confessione di poche parole. Disumana. Con la bocca spalancata, non è nemmeno riuscito a recitare il suo logoro “Aspetti lì e non si muova che arriverà presto una pattuglia da lei”. Ha inspirato profondamente per guadagnare qualche istante nell’inutile tentativo di desumere se in realtà si fosse trattato di uno scherzo di pessimo gusto. Nulla. La donna ha chiuso la chiamata prima che lui potesse dire qualsiasi cosa. Si è sentito spacciato non sapendo come giustificarsi con i superiori. No, forse no, ha pensato speranzoso. Il radiolocalizzatore è riuscito a rintracciare il luogo da cui è partita la chiamata: la spiaggia di Manfria, non molto distante dalla città. L’operatore ha immediatamente comunicato tutto al nucleo radiomobile. Come da protocollo, ha richiesto l’intervento tempestivo di un’ambulanza col supporto per la rianimazione mentre i carabinieri si sono precipitati a bordo delle loro Alfa a sirene spiegate verso la spiaggia.

 
 Vanessa la settimana scorsa aveva aggiornato il suo profilo di facebook per l’ultima volta e per l’ultima volta aveva scritto un vero e proprio messaggio di speranza: “Quando non si può tornare indietro, bisogna soltanto preoccuparsi del modo migliore di andare avanti. Non si può scegliere come sentirsi, ma si può fare sempre qualcosa per cercare di stare meglio possibile”. Erano passati diversi giorni da quando aveva compreso per l’ennesima volta che vivere, senza contare su nessuno, non sarebbe stato impossibile. Eppure ci ricadeva continuamente. Era sempre la stessa storia. Passava da momenti d’incredibile euforia a momenti di estrema depressione; e in quei momenti nemmeno il Valium riusciva ad aiutarla veramente. Nemmeno il Valium la incoraggiava. Nemmeno il Valium la aiutava a dimenticare le sue magagne: prima o poi l’effetto sarebbe svanito e lei avrebbe dovuto fare comunque i conti con sé stessa. Nonostante Vanessa fosse rimasta sola con i due figli a carico, aveva estremamente bisogno di una svolta nella sua vita. Un istante era convinta che avrebbe spaccato il mondo con uno schiocco di dita e, un istante dopo, si credeva destinata ad un’apocalittica decomposizione. Quando mesi prima andava a cena con Marco dagli amici, sembrava che si comportasse da snob, quasi come se avesse desiderato rimanere a casa, seduta in poltrona a guardare gli stupidi programmi in televisione.
 
 Vanessa e Marco si erano conosciuti in una piccola officina in cui lui lavorava come meccanico. Quello sarebbe stato il secondo anno d’università per lei, ma non voleva continuare. Era sempre stata svogliata. Andare a lezione non serviva a nulla e pareva solo un mero modo per far passare il tempo, lontano dai genitori che ogni giorno si lamentavano, convinti che lei fosse peggio di quei parassiti che corrodono l’organismo che li ospita. Si erano stancati di pagarle le tasse universitarie perché l’anno prima non era riuscita a passare neanche un esame. Riusciva a inventarsi sempre scuse assurde. Perciò, passato il primo anno d’inattività universitaria, la costrinsero a trovarsi un lavoro da cassiera in un supermercato fuori città.
 
 In un assolato mercoledì pomeriggio, mentre stava tornando a casa dal lavoro, il motore della sua vecchia Panda si spense all’improvviso senza più riaccendersi. Dopo svariati tentativi chiese aiuto ad un passante che le indicò l’officina più vicina. Lì incontrò Marco. Fu il classico – e sopravvalutato - colpo di fulmine. Lui aveva una decina d’anni in più di lei ed era un bell’uomo. Una costituzione robusta, un’aria da duro e un sorriso da attore. E il nero del grasso di cui era sporco avrebbe fatto eccitare qualsiasi donna. Insomma, era uno di quei ragazzi che sapeva dove mettere le mani su un motore così come su qualunque corpo femminile. Dal momento in cui lei apparve, gli occhi di lui le si appiccicarono addosso. Era splendida. I capelli scuri le cadevano lisci dietro alle spalle piccine. Quegli occhi azzurri avrebbero catturato qualsiasi sguardo. La bocca era minuta e le labbra appena carnose. Indossava un paio di jeans aderenti al suo bel sedere sodo e una canotta nera con stampato sopra il viso di Marylin, il quale, beffardo, occultava un seno ben proporzionato. Tutto sommato, una delle migliori carrozzerie che lui avesse visto da quelle parti.

<<Salve signorina, come posso aiutarti?>> chiese Marco.

<<Ho parcheggiato l’auto qui dietro. Mi si è spenta per strada>> rispose lei.

<<Non ti preoccupare signorina, ci penserò io personalmente. Torna dopodomani e la ritroverai come nuova!>> la rassicurò.

<<Ti posso chiedere un favore? Mi sembri un ragazzo in gamba, non è che potresti ripararmela entro domani? Sai, ne ho assolutamente bisogno per andare a lavorare>> chiese lei.

<<Facciamo così. Io te la preparo per domani se tu accetti di uscire una sera con me>> le propose.

<<Vediamo. Se farai un buon lavoro, può anche darsi>> rispose con indifferenza.

 Comunque Marco, spinto più da un eccesso di testosterone che dalla volontà di sprecare sudore su una Panda dell’anteguerra, pregò il capo affinché gli affidasse la riparazione. Arrivò persino a supplicarlo, proponendo di abbassargli la paga. In fondo il capo l’avrebbe capito, quando si tratta di donne non c’è nulla da fare, e sfruttare un po’ di manodopera non guasta mai.
 
Il ragazzo aggiustò l’auto come promesso e, quando la ragazza tornò a ritirarla, le corse incontro.

<<Ciao! Ecco qui il tuo bolide, come nuovo>> la incalzò.

Lei entrò in auto e, dopo averla accesa, sgasò un poco. <<Pare che sia tutto a posto>> aggiunse.

<<Non hai idea di quanto tempo ci abbia passato sopra. Faceva i capricci>> disse lui.

<<Sei stato gentile>>. E poi gli chiese quanto dovesse pagare per il disturbo e saldò il conto.

<<Aspetta un attimo!>> disse lui mentre lei se ne stava andando via. <<Allora, usciamo insieme una di queste sere?>>

<<Beh. Non lo so. Però scambiamoci i numeri di telefono. Poi vedremo>> rispose lei.

 Così fecero e lei tornò a casa. Dopo pochi giorni i due si incontrarono per andare al cinema a vedere un film che aveva scelto lei. Una stupida commedia sentimentale. Lui l’avrebbe sopportato. Durante il film lei non disse nulla, sembrava assente, disinteressata. Strano. Marco lo notò subito. Ma questo lo eccitò ancora di più . Provò a sfiorarla, ma gli parve che lei non se ne fosse accorta. Riaccompagnata a casa, Marco non ricevette il bacio che tanto aveva sperato. Lo ricevette però la volta dopo, quando uscirono a bere in un locale. Quella sera le offrì una serie di cocktail che, ormai brilla, non si tirò indietro quando lui le avvicinò le labbra alle sue. Strano. Subito dopo, gli era parsa impassibile. C’era poco da fare, a lui piacevano le ragazze che lo provocavano.  

 Da quel giorno per entrambi fu tutto talmente rapido che non si accorsero del corso frenetico dei mesi. Si videro ogni giorno e dopo un anno si affrettarono ad aprire un mutuo per andare a vivere in una palazzina in un quartiere di Gela abitato per lo più dagli operai della zona industriale. Lei, ancora ventenne, continuò a fare la cassiera a tempo pieno. Inoltre aveva un tremendo bisogno di sentirsi al sicuro, compresa, protetta da un uomo come Marco che, già trentenne e sempre più pressato da un’impellenza antropologica di mettere su famiglia, lasciò l’officina e trovò impiego come operaio nella zona industriale. Vanessa vedeva in lui l’esempio del vero titano, capace di sostenere sulle proprie spalle anche il peso del cielo. Un anno dopo si sposarono. Vanessa continuava a non mostrare gioia e iniziò a credere che un figlio le avrebbe cambiato la sua piatta esistenza.

 Quando Vanessa partorì all’ospedale, ancora distesa sul letto madido di sudore, il medico l’aveva rassicurata dicendole: <<Dagli accertamenti fatti, suo figlio ha ottime possibilità, come la stragrande maggioranza dei neonati prematuri di sette mesi, di proseguire adeguatamente il suo accrescimento fino al raggiungimento di un peso medio più che consono. I polmoni funzionano già adeguatamente, e con il proseguimento delle cure per altre otto settimane sarà perfettamente in salute come tutti gli altri bambini nati a termine. Non si preoccupi>>. Infatti Vanessa non si era preoccupata. Aveva addirittura pianificato, appena i medici e il marito avessero lasciato la stanza, di alzarsi dal letto, coprirsi con qualcosa e scappare di nascosto. Avrebbe voluto ricominciare da capo un’altra vita. Dentro si sé covava il timore assillante di potersi bruciare troppo presto alcune tappe fondamentali. Dubitò che ventidue anni fossero abbastanza per mettere alla luce una creatura. E poi per crescerla? Ma abbandonò all’istante quel piano di fuga appena udì le parole “suo figlio”. Si mise a piangere a dirotto per la gioia d’essere madre. E alla vista del corpicino del pupo che muoveva manine e piedini all’interno dell’incubatrice, le venne in mente che lo aveva custodito dentro di sé per sette fantastici mesi. Sul suo volto si dipinse uno splendido sorriso, perché in cuor suo sapeva che con qualche sacrificio tutto sarebbe andato per il verso giusto. E poi c’era Marco che le aveva promesso che non l’avrebbe mai abbandonata, qualsiasi cosa la sorte avesse avuto in serbo per loro.
 
 Passò un anno e il piccolo iniziò a comportarsi in modo bizzarro. Quando i suoi genitori gli parlavano, sembrava che fosse sordo e soprattutto che non volesse guardarli. Vanessa avrebbe desiderato insegnargli qualche bel gioco, ma lui era svogliato e rivolgeva la propria attenzione altrove. Questo comportamento faceva andare Vanessa su tutte le furie, tanto da arrivare a strillargli addosso di tutto. Altre volte, invece, sembrava la madre più dolce del pianeta. Vanessa intanto passava le giornate sulla poltrona di casa a guardare la televisione perché aveva lasciato il lavoro per occuparsi del bimbo a tempo pieno. Marco così aveva raddoppiato i propri turni di lavoro, tornando a casa solo per cenare e dormire. E contro ogni sua aspettativa, la moglie iniziò a farglielo pesare. Era sempre più irascibile, trascurava il proprio aspetto e aveva perso l’appetito. Si era fatta prescrivere il Valium.
 
 Dopo i tredici mesi di vita di Rosario, i genitori lo mandarono all’asilo nido, ma dopo un paio di settimane la maestra apparve parecchio stranita dall’atteggiamento del piccolo. Spiegò che Rosario aveva enormi problemi di comunicazione con gli altri coetanei: passava le mattine in disparte, seduto in un angolino, con il volto crucciato e fisso a terra. Non partecipava ai giochi e, cosa ancora più strana, se ne stava in quell’angolo buio a mettere in fila nervosamente sempre lo stesso numero di macchinine. Quando un altro bambino provava a togliergliene una, lui reagiva eccessivamente e alla fine se la riprendeva e la rimetteva nella posizione originale: in fila con le altre. Anche a casa, a farci caso, quando gli si spostava qualche giocattolo a cui era affezionato, Rosario si infuriava e attaccava a dondolarsi con la schiena; non aveva ancora pronunciato una parola, né “mamma” né “papà” né “ciao”, e neppure una parolaccia; e non faceva altro che focalizzare la propria attenzione solo su alcuni dei suoi giocattoli. Così, prima del secondo compleanno, il padre lo portò da uno specialista in psichiatria infantile. Per quest’ultimo non c’erano dubbi. Autismo infantile. Vanessa incominciò a straparlare e Marco non sapeva più come comportarsi. Un figlio autistico e una moglie incapace di fare la madre erano davvero un peso enorme sulle sue spalle, più di quello del cielo.
 
 Andandosene via di casa dal settembre scorso, Marco aveva lasciato Vanessa da sola con i propri disturbi. Lui non poteva più farsi assillare dalle solite storie sulla responsabilità di un capofamiglia involontariamente assente nella crescita dei figli. Secondo Vanessa lui lo faceva da anni. Troppi. Lavoro, lavoro e sempre lavoro. Già doveva sopportare i due marmocchi “speciali”, come li definiva lei. Non ce l’aveva più fatta. Non si ricordava nemmeno quando avevano scopato l’ultima volta: forse quando lei rimase incinta di nuovo.
 
 Andrea Pio, il loro secondo figlio, sembrava essere diventato autistico per un banale spirito di emulazione, ma Vanessa continuava a sostenere che avesse gli stessi problemi del fratello. Probabilmente il più piccolo aveva notato che Rosario, agendo in quel modo bizzarro, riuscisse a catturare le attenzioni e le cure di tutti; otteneva sempre ciò che desiderava col minimo sforzo. Così anche Andrea Pio iniziò a fare lo stesso. Ci mise poco ad imparare il metodo: gli bastava avvicinare le mani a coprire le orecchie e cominciare a dondolarsi, ripetendo il nome di ciò che voleva, che fosse un dolce o un giocattolo. Semplice. E Vanessa continuava a mostrare una pesante fluttuazione da un’euforia esageratamente inspiegabile a uno stato di avvilimento irreversibile. Non smise di prendere il Valium. E ultimamente pareva intenzionata a farla finita con quella vita che ormai le appariva un teatrino di marionette storpie.

 Ora Vanessa ha trentuno anni e si trova inginocchiata accanto alla sua Nissan Micra grigio scuro con la portiera spalancata. I suoi occhi azzurri sbavano lacrime nere che, lente, percorrono il suo volto coperto dalle mani, delineando linee spesse ai bordi esterni delle sue guance. I suoi capelli scuri, che prima erano lisci e luminosi come petali di pesco, ora sono scomposti in vari grovigli accarezzati dalla brezza marina. I suoi jeans bagnati sono tempestati di granelli di sabbia bagnata della spiaggia di Manfria. Oggi, venerdì 23 aprile, non avrebbe dovuto prendere cinque pastiglie di Valium e mischiarle con un alcune rapide golate abbondanti di whisky. E ora che è stata lasciata dal marito, vorrebbe sentirsi meno sola. Singhiozza pensando a quello che ha appena fatto. Le sembra ancora di sentire il rumore delle bolle che vengono a galla, come una decina di minuti prima nel momento in cui stava artigliando saldamente tra le sue lunghe dita le testoline di Rosario e Andrea Pio sotto l’acqua del mare increspato. Marco se n’è andato via dal settembre scorso e non avrebbe dovuto lasciarla da sola; colpa di un altro classico – e sopravvalutato - colpo di fulmine. Vanessa, sotto lo sguardo vigile e compassionevole della torre di Manfria, che si erge solida sulla collina sopra la spiaggia, ha appena chiamato il 112 e, singhiozzante, ha bisbigliato: <<Venite a prendermi, ho ucciso i miei bambini>>.

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