Avremmo sorseggiato qualche birra fredda portata da Marc per poi passare a del buon vino italiano portato da Clara. Ci saremmo messi comodi sulle poltrone di casa mia a parlare del più e del meno per poi, alleggeriti da tutte le nostre inibizioni, passare a discorsi più profondi sulla caducità della nostra misera esistenza. Chi lo sa se riuscirò ancora a fare certe cose. Marc con la sua solita rassegnazione avrebbe detto che avrebbe voluto figliare non prima dei quarant’anni; sarebbe stata l’età giusta per educare un pargolo, l’età giusta per insegnargli i principi del moto di rivoluzione della terra intorno al sole in meri termini matematici. Clara avrebbe risposto con tutta l’allegria di questo mondo che sicuramente a quell’età non avrebbe saputo come garantire un futuro spensierato ad un figlio, perché fino al momento della sua nascita avrebbe vissuto per la sola passione di vivere intensamente la propria vita; lontano dal monotono ritmo imposto dalla società, desiderosa più della nostra immagine quanto della nostra anima. A quel punto immancabilmente avrei sostenuto di anelare ad avere un figlio prima di loro, con una donna che avessi amato completamente e soprattutto perché da vecchio altrimenti non avrei più potuto insegnare alla mia creatura i rudimenti del baseball. Terminata la conversazione, li avrei mandati a casa gentilmente. Mi sarei versato del whisky della mia riserva in un bicchiere, in cui prima avrei messo due cubetti di ghiaccio, e infine me lo sarei bevuto con tutta la calma di questo maledetto mondo. Intanto avrei aspettato sveglio, per tutta la notte, l’arrivo della donna della mia vita. Avrei sperato che suonasse al mio campanello prima che mi addormentassi per l’inebriante estasi alcolica.
Qualcuno ci salvi per Dio!!!
Invece mi è toccato andare a cena al ristorante di questo antico hotel con Tom e Katie, due miei colleghi piuttosto noiosi. Erano una di quelle coppie felici che non fanno altro che parlare tra di loro, rivolgendoti sporadicamente le loro domande senza nemmeno ascoltare le tue risposte. Non hanno fatto altro che scambiarsi reciproche e poco fugaci occhiate d’amore e parlare di stronzate di cui nemmeno mi interessava. Ho accettato l’invito ad uscire con loro giusto perché me l’aveva consigliato il mio terapista; mi aveva detto che avevo bisogno di relazionarmi con qualcuno dopo la storiaccia passata con Jenny. Avrei preferito tagliarmi le palle che rimanere ancora un secondo con quei due. Con le loro sdolcinerie avrebbero fatto venire il diabete ad un pesce. Comunque erano una bella coppia. Tom aveva trent’anni, e altrettanti passati a insultare qualsiasi governo del nostro paese, e Katie ne aveva cinque in meno e un forte desiderio di cancellare l’energia nucleare dalla faccia di questo marcio pianeta. Mi dispiace per loro. Se non mi avessero invitato a questa fottuta cena non sarebbe andata così. Ad un tratto, mentre eravamo al dessert e mentre continuavano a sbaciucchiarsi, la luce nella sala è mancata. Ho pensato subito ad un guasto, ma non era così. La luce non si è più riaccesa. C’è stato subito silenzio. Ci siamo cercati gli sguardi a vicenda. Ho sperato che durasse qualche secondo, invece il buio è durato più di quanto pensassi.
Sento quelle bestie ansimare come iene affamate. Non c’è scampo da loro. Ti saltano addosso e ti afferrano in una presa letale con i loro artigli uncinati. Ti lacerano la carne mentre non hai ancora realizzato quello che ti sta accadendo. Ti azzannano, squarciandoti le membra ancora calde. Non ti lasciano via di scampo fin tanto che ti strappano di dosso brandelli di pelle con denti più acuminati di bisturi arrugginiti. Non ho mai visto delle creature così voraci, nemmeno nei documentari che passano in televisione sui predatori nelle foreste più remote di questo pianeta. Ho sentito gente urlare, pregando per una morte veloce e indolore. Invece no, quelle bastarde non ti uccidono intanto che ti divorano. Corrono svelte come ratti da una parte all’altra. Si fa fatica a capire da dove arrivino. Non sono riuscito a vederne una in volto, ammesso che lo abbiano. Saranno alte non più di un metro. Si muovono per mezzo di quattro zampe pelose e snelle simili a quelle delle tarantole. Scattano silenziosamente. Alle zampe è attaccato un busto bitorzoluto e all’estremità superiore si biforcano ben saldate due lunghe braccia sottili, dalle quali spuntano quegli orribili artigli adunchi. Le ho sentite strillare e purtroppo le sento anche ora. Sento i loro grugniti acuti; da vicino mi avrebbero fatto sanguinare i timpani. Dove sono i soccorsi? Ho voglia di vomitare. Non posso, non mi devono scoprire. Questo non è un sogno, è il mio peggiore incubo.
Abbiamo aspettato che si accendessero le luci di servizio. Nulla. Gli altri clienti del ristorante hanno iniziato ad agitarsi. Qualcuno ha pensato che si trattasse di una rapina. Magari fosse stato così! Avrei dato tutto ciò in mio possesso piuttosto che rimanere chiuso in questo sgabuzzino, con una paura fottuta di essere divorato da quelle cose. Qualcuno ha persino suggerito che si potesse trattare di una festa di compleanno. Ma come si fa? Fatto sta che passarono altri dieci minuti prima che alcuni si alzassero e provassero ad uscire. Nulla. Le porte scorrevoli erano tutte bloccate. La sicurezza ci ha detto di non allarmarci e di stare calmi, di sicuro si è trattato di un guasto all’impianto elettrico. Ma che geni! Chi ci aveva pensato a parte loro? Il vero dubbio era capire chi fosse stato a manomettere le apparecchiature. Non abbiamo avuto il tempo per domandarcelo che dal fondo del salone si sono sentiti i primi grugniti acuti. Erano spaventosi. Tom ha detto di stare calmi e che di sicuro si sarebbe trattato di uno scherzo di pessimo gusto. Come avrei voluto che fosse veramente così. Ha baciato Katie.
Cristo. Una di quelle cose si è fermata davanti alla mia porta. La posso sentire. Respira affannosamente. Vuole la mia carne e indubbiamente non se ne andrà finché non l’avrà sbranata dalle mie ossa. Devo fare in fretta a scrivere gli ultimi avvenimenti, potrei essere l’unico ancora in vita con la possibilità di farlo.
Tom ha baciato Katie. Katie si è stretta a Tom. Io li ho guardati e mi hanno fatto tenerezza. In quel momento anch’io avrei voluto avere qualcuno che mi abbracciasse con tutto il proprio affetto più devoto. Ero solo, come lo sono ora. I bestioni della sicurezza hanno tirato fuori le pistole e ci hanno intimato di abbassarci sotto i tavoli in caso avessero dovuto sparare dei colpi. Quelle creature infernali le abbiamo sentite arrivare da chissà dove. I colpi sono stati sparati. Abbiamo visto delle luci uscire dalle pistole e credo che le abbiano viste anche quelle specie di tarantole grufolanti. Saranno state una trentina. Rapide si sono gettate addosso ai tizi della sicurezza. Urla e ancora urla. Ho sentito Katie piangere e Tom accarezzarla mentre le diceva che sarebbe andato tutto bene. Io sono rimasto impietrito. Le bestie ci hanno circondato. C’è stato un attimo di silenzio, quel silenzio che presagisce qualcosa di oscuro e funesto. Si sono messe tutte a strillare e si sono catapultante su ogni tavolo. Qualcuno ha provato a difendersi come meglio poteva, chi con un coltello da burro, chi lanciando piatti e chi spaccando bottiglie sul pavimento, trasformandole in coltelli da rissa. La disperazione aveva preso il posto dello stordimento. Non ce l’ha fatta nessuno. Ho visto la testa di Tom venir staccata di netto dal petto, ho visto Katie perdere gambe e braccia e gridare dal dolore. Non ce l’ho fatta a rimanere là. Sono scappato. Uscito dal salone, mi sono intrufolato nelle cucine e,a gambe levate, mi sono diretto nel corridoio, dove ho intravisto la porta di questo sgabuzzino. Mi sono fermato e girato. Nessuna di quelle creature mi ha visto entrare qui dentro.
Saranno già arrivate all’ultimo piano dello hotel. Quel mostro è ancora davanti alla mia porta. Respira sempre più forte. Mi allontano dalla porta e mi avvinghio al muro. Cazzo! Sa che sono qua dentro. Avrei voluto parlare ancora una volta dei miei futuri figli con Clara e Marc. Avrei voluto ma la bestia sta cercando di sfondare la porta. Sudo come non ho mai fatto nemmeno ad agosto in una palude. Chiunque tu sia, colei che ho aspettato invano questi ultimi anni nella speranza che mi potessi salvare dalla mediocrità della mia vita, sappi che ti ho amata. Spengo la luce. E’ tutto buio. E’ tutto finito.
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