i-Ku

19 maggio 2009

La macchina nera.





Dentro alla macchina ormai si era creata una cappa di fumo immensa, era la quarta sigaretta di fila che si fumava eppure non era ancora sazio di catrame. L'autoradio suonava pezzi di musica proveniente da chissà quali luoghi freddi, dal Nord Europa forse, suoni strani dell'Islanda e della Finlandia, brani che una persona normale solitamente non ascolterebbe, che non terrebbe mai in auto e soprattutto non farebbe mai ascoltare agli amici. Era musica strumentale, lenta, ripetitiva e il più delle volte triste, eppure lui, assorto nei suoi interminabili silenzi, l'ascoltava e fumava, boccata dopo boccata stava per finire anche quella sigaretta. Il frontalino dell'autoradio irradiava con luminosissimi raggi verdi l'interno dell'auto, una luce così accecante da fargli addirittura male agli occhi a guardarla di sfuggita nel buio.

Erano venti minuti che stava là dentro in silenzio, a motore spento, a contemplare tutto ciò che accadeva al di fuori di quella sorta di pensatoio improvvisato, il suo angolo della solitudine. La macchina era chiusa dall'interno e i finestrini erano alzati. Strati di denso fumo sostavano dentro a diverse altezze e distanze. Interminabili momenti si susseguivano senza trovare un fine e lui in quel mentre volava con il pensiero chissà in quale luogo sperduto della sua mente. Cercava disperatamente il motivo di quel voluto abbandono di sé stesso, di quella disperata ricerca di solitudine.

Fissava l'esterno di quel parcheggio in cui ora si trovava. Le altre variopinte vetture erano parcheggiate e riempivano il piazzale come dei tasselli di tetris alla fine di un livello, gli alberi tra una fila e l'altra coprivano le luci gialle e intense dei lampioni. Si chiedeva chi mai avesse potuto avere quell'idea tanto stupida di mettere dei lampioni accanto agli alberi, però poco gli interessava veramente. Era buio intorno a lui e questo gli bastava, gli serviva.

Era ormai diventata un'abitudine quella. Una volta finita la serata con gli amici, ubriaco o lucido che fosse, rimaneva quei dieci minuti in auto, a pensare al tutto e a volte anche al niente, ne aveva più bisogno che mai. Quello che non riusciva mai a fare era trovare il tempo per sognare. Non aveva mai tempo durante il giorno per stare veramente da solo, nemmeno in casa propria, casa che non era stata progettata per soddisfare le necessità di una persona come lui.

Si accorse che era passata mezz'ora da quando aveva parcheggiato l'auto in quel luogo, si sentiva chiuso ma allo stesso modo anche protetto lì sul sedile, sdraiato e rilassato col pensiero perso in abissi oceanici, tanto cupi quanto profondi in quei quattro metri quadrati circondati da latta nera.

Abbassò per un istante il finestrino sulla sua sinistra, sentì provenire da fuori aria umida, mise il naso in mezzo alla fessura. Quell'aria fredda gli cementava il catrame alle pareti dei bronchi. Decise di lasciare aperto ancora per un po', in cuor suo sapeva che avrebbe piovuto fra qualche sparuto secondo. Non ebbe nemmeno il tempo di decidere se rimanere là o uscire dalla macchina che subito prese a piovere, il cristallo anteriore si riempiva pian piano di gocce, il soffitto in lamiera ticchettava ai colpi della rapida pioggia. Era una sensazione stranissima, si sentiva colpito ma allo stesso tempo protetto. Non era bagnato, ma fuori tutto lo era. Sull'asfalto deformato si andavano a creare enormi pozzanghere scure che prima o poi sarebbero traboccate in qualche rivolo che poi si sarebbe congiunto a diversi altri per formare ancora altri rivoli in cerca di una foce in qualche tombino. Dal cielo scendevano lance di acqua, sempre più energiche e sempre più numerose, lanciate da chissà quale guerriero alato, non riusciva nemmeno a vedere o a capire da dove arrivassero tutte assieme, era tutto buio intorno. Provò ad abbassare nuovamente il finestrino ma ci mise ben poco a capire di ritirarlo su per non rimanere stupidamente inzuppato. Quella strana situazione però gli piacque intensamente. Ne sentiva quasi un bisogno naturale, una necessità della quale non poteva farne a meno. Era contento e allo stesso tempo stupito dal tutto. Deliziato da quella meravigliosa nottata che gli era stata donata dalla natura, a volte crudele e a volte così benevola con lui, proprio come in quel momento, la natura gli aveva permesso di rimanere ancora in silenzio facendosi ascoltare e dandogli motivo di sperare ancora. La musica faceva da sottofondo alla natura, la malinconia alla realtà.

Passarono ancora minuti ma la pioggia sembrava non voler placare la propria maestosità. Lui decise che da lì a breve sarebbe dovuto uscire, era tardi e incominciava a sentire freddo, prima non aveva acceso il riscaldamento e la paura che uno dei due genitori che lo aspettavano a casa gli potesse dire qualcosa lo convinse ad uscire. Tolse le chiavi dal cruscotto, ritirò l'autoradio nell'apposita custodia che ripose in tasca, aperse e spinse la portiera e infine uscì con un balzo felino chiudendo rapidamente la macchina. Per ripararsi velocemente tirò fino alla testa il colletto del giubbotto e come una figura inquietante improvvisò una corsetta per non bagnarsi troppo. Attraversò la strada a fianco del parcheggio senza guardare intorno, la pioggia gli nascondeva i vari rumori. Che bella sensazione!

Distrattamente scivolò in una pozzanghera in mezzo alla strada. Ritrovatosi a terra, preso dal panico, non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto di quanto fossero fradici i vestiti, tentò di rialzarsi sputando acqua sporca. Sentì solo la rapida botta dell'auto guidata da un folle che felicemente ubriaco gli passò sopra.

Quella notte la pioggia non smise di cadere nemmeno per un istante.

 

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