i-Ku

19 maggio 2009

Il sorriso.

















































































































































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Non faceva altro che pensare tutto il giorno a quella meravigliosa creatura, l’aveva ammaliato. L’aveva incontrata ad una festa di un suo amico e, dopo essergli stata presentata e aver stranamente instaurato un dialogo, prima di andarsene, le chiese goffamente di fretta il numero di telefono.



Erano passate alcune settimane da quell’avvenimento speciale. Diversamente dal solito, lucido aveva deciso che quella sera non sarebbe più uscito. Era stanco e provato da una vita inutilmente intensa, erano giorni che ininterrottamente si figurava lei nella mente ed erano sere ormai che continuava ad uscire sperando invano di vederla. Lei forse non se lo immaginava e forse non avrebbe mai nutrito qualche interesse nei suoi confronti, cosa che a lui sembrava piuttosto plausibile siccome non pensava di avere qualcosa di così singolare che l’avrebbe attratta. Lei non usciva spesso, anzi sembrava proprio non volerlo fare, sembrava non considerarlo minimamente anche se stranamente ogni tanto, quando lui aveva la fortuna di vederla, naturalmente con altre persone intorno, poteva capitare un intenso e fugace scambio di sguardi, solitamente dovuto al fatto che lui se ne stava impassibile ad ammirare quel suo sorriso. Non si riteneva per nulla affascinante e di certo non faceva niente per farsi notare, non che non volesse, però si sentiva sempre estraneo verso qualsiasi  forma convenzionale di approccio. Credeva di essere superiore a quel tipo di cose. Forse preferiva contemplarla, ma sapeva benissimo che prima o poi dentro di lui sarebbe nata quella primordiale voglia di conquistarla. Non ci poteva fare niente, però avrebbe fatto meglio a fare qualcosa, il prima possibile, nonostante avesse paura di non riuscire nel suo intento.



 Non riusciva a dimenticarsi quello splendido sorriso, lucente come i riflessi del sole sulla sabbia di una spiaggia in un mattino di agosto. Quel sorriso che nasceva da due deliziose infossature delle guance gli faceva ricordare quanto fosse bello vivere e per quale motivo lui vivesse ancora, gli dava la nostalgia di quella serenità persa chissà come e della quale ora ne sentiva di nuovo bisogno. La bellezza di tale sorriso meritava di essere adorata come una manifestazione divina. Lui non credeva in Dio, credeva piuttosto nella bellezza della natura, nel suo manifestarsi  tanto perfetta in quel meraviglioso essere.



Passavano interminabili i diversi giorni e lui si arrovellava il cervello con un dubbio quasi amletico, non riusciva più a concepire la differenza tra caso e destino. Differenza secondo lui così sottile da sembrare quasi banale, eppure così sostanziale. Perché alcune cose dovevano capitare per caso, eggià, "dovevano". Era quello il problema, il concetto di dovere presumeva in sé qualcosa di predeterminato, il destino appunto. Il caso è casuale, lo dice la parola stessa, capita e basta, senza ragione, è il trionfo dell’irrazionalità, di certo inconcepibile. Come qualcosa può capitare seguendo un percorso già scritto? Da chi sarebbe stato scritto? Come? Non comprendeva come fosse potuto capitare quell’incontro con quella ragazza, non poteva neppure immaginare se fosse capitato così per caso oppure per qualche strano disegno più grande e a lui incomprensibile. Sì è vero, la pensava continuamente però perché questo era capitato? Era un segno? Avrebbe poi fatto la scelta giusta? Questo era davvero un bel problema che lo crucciava da mattino a sera. Ininterrottamente.



Presumibilmente il problema risiedeva in qualcos’altro, forse era solamente una questione di scelte quello che differenziava il destino dal caso. Se avesse creduto davvero nel destino le sue scelte non sarebbero state condizionate dalla sua libertà di scegliere, bensì da altro. Invece se tutto fosse capitato casualmente le sue scelte gli avrebbero portato qualsiasi conseguenza che nessuno avrebbe mai potuto conoscere. Sarebbe stato un semplice adeguarsi a qualsiasi conseguenza, caso dopo caso.



Il tempo volava via e quello che una volta era il sorriso che l’aveva rapito ora aveva deciso di non concedersi più a lui. Probabilmente non avrebbe dovuto perdere tempo a pensare, piuttosto ad agire. Non aveva senso il caso o il destino, per il fatto che non avesse scelto nulla la perse una volta per tutte.

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