i-Ku

19 maggio 2009

Il test.

















































































































































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Carla sapeva benissimo che dall'esito di quel test sarebbe dipeso tutto il suo futuro.



La notte prima conobbe in una discoteca in città un ragazzo sulla pista da ballo, abbastanza capiente da contenere centinaia di esagitati, ebbri da fiumi dei superalcolici e storditi dai pesanti bassi della House e della Techno, musiche che a lei nemmeno piacevano. Aveva deciso di andare lì con le sue amiche del paese per provare una nuova esperienza, per sentirsi più adulta e per poter raccontare tutto l'indomani ai suoi amici.



Tirato come pochi, Christian indossava una maglietta particolarmente attillata e senza maniche, bianco panna che diventava perlacea luminescente sotto le viola luci dei neon, jeans stretti, sbiaditi e sgualciti sul sedere; portava capelli nero corvo, brillanti, tenuti su da chili di gel e il suo viso, nonostante fanciullesco, fiero e spavaldo, faceva ben intendere le sue più intime intenzioni. Sotto le luci stroboscopiche e le dense nebbie di talco si dimenava convulsamente tentando di seguire quella musica che non faceva altro che battergli e rimbombargli nelle tempie. All'improvviso decise di avvicinarsi ad un gruppetto di ragazze, diverse dalle solite che frequentavano quella discoteca, e mentre lo stava facendo si accorse di quella ragazza poco distante da lui che con un vestito leggero,  semplice, sorridente e spaesata, con la coda dell'occhio di tanto in tanto lo fissava. Iniziò a ballarle attorno cercando quel gioco di sguardi che ha come unico fine quello di attaccare bottone. Carla ci mise poco a capire le mire di quel ragazzo e, forse per poca esperienza o forse per enorme curiosità, decise di stare al gioco. Lui si avvicinò ancora di più, quel tanto che bastava a lei per sentire il suo alito alcolico mischiato al pungente deodorante da calciatore. Senza esitare, lui la attanagliò in una presa danzante e parecchio esplicita, a lei non diede fastidio. Non le era mai capitata una situazione del genere, era la prima volta che metteva piede in quel luogo e, mentre stava ancora fantasticando, si accorse che le labbra di lui si erano avvicinate pericolosamente alla sua bocca. Inizialmente non capì, lo lasciò fare, tutto intorno a lei le sembrava così lontano dal suo mondo, così eccitante. Lui però non si accontentò di un semplice bacio, desiderava di più. "Andiamo in bagno?" le chiese beffardo urlandole nell'orecchio sinistro. Lei non capiva il senso di tale richiesta. "Scusa. Perché?". A questo punto, fissandola, le rispose:" Dai oh! Dai che hai capito …". Affascinata da quei modi rudi, ingenuamente decise di acconsentire e, tenendolo per mano, si fece trascinare in uno dei tanti cessi della discoteca con porta chiudibile.



Per Christian fu una notte come tante altre. Per Carla fu la sua prima volta e non se la dimenticò mai.



L'indomani, appena sveglia, Carla si sentiva stranita e la testa le girava come l'ultimo vagone di una montagna russa. Non ricordandosi nemmeno di come fosse riuscita a tornare a casa, la prima cosa che fece fu quella di prendere una quindicina di gocce di Novalgina su di un cucchiaino colmo di zucchero, visto che altrimenti sarebbe stato praticamente impossibile deglutire quella robaccia. Dopo aver preso l'antidoto per le tossine della sera prima, andò a farsi una bella doccia gelida per riprendere pieno controllo delle sue facoltà mentali e motorie, per togliersi lo sporco di dosso, per far scivolare via il marcio. Accese la radio in bagno, l'acqua scrosciava rapida, la pungeva in ogni dove, mentalmente ripercorreva i trascorsi della sera prima e di colpo un brivido le percorse la schiena. Non era l'acqua fredda. "Maledizione!!!". Urlò. La notte prima con quel tizio non aveva usato le dovute precauzioni. "Che stupida! E ora?". Chiuse l'acqua, precipitosamente uscì dalla doccia e si asciugò. In picchiata su di lei iniziavano a caderle mille pensieri scuri, paure, sensi di colpa e dubbi. Si continuava a dare della stupida, sapeva di esserlo stata, ma che ci poteva fare? Le era capitata una cosa così strana e di conseguenza voleva godersela fino in fondo. Si era sentita messa al tappeto da un colpo all'addome. Dentro di lei forse c'era già una vita in potenza, un germoglio, una tenera creatura pronta a diventare probabilmente una splendida persona, almeno per lei. Si sentiva gravida di problemi che molto difficilmente non avrebbe mai saputo risolvere. Non si sentiva pronta, non ancora.



Decise di aspettare il prossimo ciclo per esserne certa, per avere una garanzia, mancavano pochi giorni al suo arrivo. Come poteva fare diversamente? Aspettò qualche giorno ma nulla, non voleva proprio arrivare quel maledetto ciclo. Non sapeva più che fare, aveva davvero paura, le sicurezze che prima aveva ora erano divenute fragili come cristalli. Si sentiva debole, stupida, troppo  umana. Cosa avrebbero detto di lei tutti i suoi amici? E i parenti? Il padre? La madre poi? I genitori l'avrebbero sicuramente cacciata di casa sputandole addosso e dandole della puttana, gli amici l'avrebbero evitata come la peste, non le avrebbero più chiesto di uscire. Sarebbe rimasta sola e di certo lei non lo voleva. Non ce l'avrebbe mai fatta a sopportare una situazione del genere. Capì forse che la cosa migliore da fare fosse comprare un test di gravidanza in farmacia. Così fece e, appena preso, lesse attentamente il foglietto illustrativo. Aspettò la mattina seguente per farlo, era il momento più indicato, subito dopo essersi svegliata, perché l'urina in quel momento è più concentrata.



Si svegliò, appena cosciente volò in bagno. Il suo futuro dipendeva da un insignificante aggeggio di plastica.

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