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Sento il bisogno di farmi forza e
scrivere quello che successe quella serata di dieci anni fa.
Quella sera ero a cena nel mio
ristorante di fiducia con i miei due figli. Era una serata come le
altre, io parlavo e solo mio figlio mi ascoltava. Mia figlia faceva
altro.
Marco, il mio figlio maschio, il più
piccolo dei due, all'epoca aveva dieci anni. Era un bambino molto
sveglio per la sua tenera età. Faceva la quinta elementare ma
parlava già come un ragazzo più grande. Era il mio
ometto. Leggeva già libri di un certo spessore, adorava
leggere e studiare. Lo faceva sentire grande. Aveva una bella testa e
con lui riuscivo a parlare di tutto. Sprizzava energie da tutti i
pori, trasmetteva a coloro che gli stavano intorno un'immensa gioia
di vivere. Era davvero bravo il mio ometto.
Marta, mia figlia, in quel periodo era
una sedicenne; una teenager, come si usava dire in gergo giovanile.
Come tutte le teenager di quei tempi, non faceva altro che pensare ai
ragazzini e a riempirsi il guardaroba di vestiti che io non
approvavo. Parlava soltanto al cellulare con chissà chi, tutto
il giorno, a spese mie. Non avevo un gran bel rapporto con lei. Era
una ragazzina piuttosto chiusa nel suo mondo. A scuola non dava mai
il massimo, anzi, era una delle peggiori nella sua classe. Ero
arrivato al punto di pensare addirittura che il suo unico modello di
vita fosse Barbie. Usciva tutti i pomeriggi con i suoi innumerevoli e
stupidi amici e io avevo paura che la deviassero. Si sa, a quell'età
si è fragili, si è come un filo d'erba che segue la
direzione dei venti, da qualsiasi parte essi provengano. A me, in
quel periodo, non sembrava che gli soffiassero venti favorevoli per
sua maturazione. Non mi parlava mai, non lo faceva neppure con sua
madre. La sua vita interiore per noi era un tabù. Non sapevamo
cosa fare con lei. Ci preoccupava davvero tanto la sua situazione,
anche perchè era molto carina. Aveva preso tutto da sua madre.
Solo un genitore può capire come mi sentissi io allora.
Rimpiango con estremo dolore quella
sera. Mi sento morire, vorrei farlo.
Io e i miei due figli eravamo andati a
mangiare fuori. Volevo festeggiare Marco che a pranzo mi aveva
portato la sua pagella a casa. Aveva solo ottimi voti, si vedeva che
si impegnava molto. Ero davvero orgoglioso di lui. Mia moglie non era
potuta venire poiché al lavoro le era toccato il turno di
notte. Di sicuro, per rimediare, avrebbe cucinato qualcuna delle sue
prelibatezze l'indomani.
Noi tre eravamo al tavolo del
ristorante a mangiarci un 'ottima pizza come solo lì
riuscivano a fare. Secondo me era la migliore della città.
Lodavo Marco e lui era contentissimo. Era raggiante di gioia.
Parlavamo di tutto. Marta taceva, aveva lo sguardo abbassato.
Continuava a fissare il suo cellulare. Ma perchè glielo
regalai? Era muta anche quando le rivolgevo qualche domanda. Era
assorta su quello schermo da mezzo pollice. Mi ignorava. Ignorava
tutto e tutti. Ogni tanto le ponevo qualche domanda e lei, nulla.
Iniziava a farmi arrabbiare. Marco lo percepì. Ma feci finta
di niente e continuai a chiacchierare, a questo punto solo col mio
ometto. Però il comportamento di Marta lo trovavo
inamissibile, maleducato, soprattutto nei miei confronti. Era mia
figlia in fin dei conti. Provai ancora a rivolgerle qualche parola e
qualche battuta. Nulla. Mi infuriai, non ci vedevo più dalla
rabbia. La insultai urlando. Tutta la gente intorno si girò di
scatto e si zittì.
Shhhh. Mi fece lei mentre si dondolava
sulle gambe posteriori della sua sedia.
Non ce la feci più. Impazzii. Le
tirai uno schiaffone in faccia con tutta la mia collera. Ero
disperato, mi sentivo preso in giro, ridicolizzato da una ragazzina.
Marta perse l'equilibrio e colpì la testa sul pavimento.
Rimase immobile con la testa coricata sulle fredde mattonelle in
pietra. Marco mi guardò sbigottito, si mise a piangere. Il
silenzio intorno mi fece rabbrividire.
Chiamate un'ambulanza! Gridai.
La chiamarono e non tardò ad
arrivare. Marta non riprendeva i sensi. La portarono d'urgenza
all'ospedale. Fecero di tutto per rianimarla, quella notte. Marta non
ce la fece. L'avevo uccisa.
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