i-Ku

19 maggio 2009

Chiusura.

















































































































































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Erano tre giorni che continuava a nevicare, non aveva smesso
nemmeno per dieci miseri minuti. I suoi genitori le avevano raccontato che una
nevicata del genere non si vedeva da trent’anni e lei, piuttosto giovane, non
aveva mai avuto modo di vivere quella situazione. Nonostante in casa avesse un
telefono ed un televisore e tutti i mezzi per poter comunicare con i propri
amici, credeva di essere rimasta disgraziatamente sola. Tutta quella neve, al
di fuori delle spesse mura di casa, la isolava da tutto il resto del mondo come
può farlo un fosso intorno ad un castello. Si sentiva avvolta da uno
spessissimo nylon ovattato piuttosto che da del pluriball, che in quel momento lo
scoppiarlo non le sarebbe parso per nulla divertente. Le mancava il respiro.
Stava per dare di matto, era abituata ad uscire la sera con ogni tipo di
persona e fare le cose più diverse; andare a ballare o bersi una birra in un
parco erano la stessa cosa per lei. L’importante era divertirsi. Le piaceva
interagire con il mondo con la sua naturale genuinità. Aveva voglia di passare
qualche ora in totale spensieratezza, eppure era costretta dalle burrascose intemperie
a rimanere segregata in quelle quattro mura. Le conosceva a memoria, erano
diversi anni che viveva in quella casa e non ne poteva più. Non avrebbe retto
più un secondo là dentro. La cosa che le dava più fastidio era che si ritrovava
paralizzata in quel che le pareva un minuscolo spazio che poi era camera sua,
tutto per colpa di innumerevoli gocce di semplicissima acqua cristallizzata di
forma esagonale. Che cosa stupida. Sentiva la noia pervaderle l’anima. Avrebbe
indossato volentieri il cappotto e la sciarpa e, dopo aver sceso le scale di
corsa e aperto il portone senza guardare il pulsante che azionava l’apertura, sarebbe
andata in cerca di qualcuno pronto ad accompagnarla a bere e a svagarsi. Il
pensiero di non poterlo fare le rimbombava nelle tempie come il suono di una
grancassa. Stava male. Voleva uscire. Mai avrebbe pensato che al piano di sotto
c’era un poveraccio che, disperato e triste, viveva quella situazione allo stesso modo e altrettanto soffriva per il fatto di non poter uscire.

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evitare lo stesso spazio universi in loculi di cemento schivare sguardi come l'affetto dei promoter in centro per poi scaraventarli in b...