SEGRATE (MI) - Come riassumere in tre semplici parole l’esperienza del Solomacello Fest, festival all’insegna del metallo grezzo? Già, l’Episodio I, quello a cui abbiamo assistito e che si è tenuto al Circolo Magnolia il 25 giugno, è solo il primo dei tre dai quali è composta la settima edizione del festival di quest’anno; gli altri due episodi invece sono previsti per il 23 ed il 30 luglio, durante i quali si potrà assistere alle performance dei Toxic Holocaust, dei Ramming Speed, dei Brujeria e di Bologna Violenta. Con Gempa e Divino conveniamo concordi su queste tre parole: barbe, birra e marciume.
Perché barbe? Ovvio, tutti hanno e devono avere la barba, i Red Fang, i JussiPussi, i Satori Junk, gli spettatori, noi tre compresi; beh, forse Divino ne ha un po’ meno, ma è comunque sulla buona strada: un batterista metal non può esimersi dal non possederne una, possibilmente molto folta. Tutti hanno la barba, tutti tranne le ragazze, forse, e gli Iron Reagan, ma loro si possono perdonare. A differenza dei primi tre gruppi che sono stoner, gli Iron Reagan fanno hardcore punk e trash metal.
Perché birra? Andateci voi a un festival metal senza birra o senza berne alcuna. Se io fossi l’addetto ai tornelli neanche vi farei entrare, tanto meno vi farei sostare nei paraggi per ascoltarne la musica a scrocco.
E marciume? Ammettiamolo, già solamente a sentire nominare i Red Fang dovrebbe essere evidente. Ma andiamo per ordine.
I primi a esibirsi, alle 20:30, sono i JussiPussi, milanesi di adozione e usciti quest’anno, sebbene suonino insieme da diverso tempo, con il loro primo EP intitolato “Greatest Tits”. Il loro nome, diversamente da quello che qualche malpensante poliglotta potrebbe immaginare, deriva da un pane d’origine finlandese. Comunque, tornando a noi, i JussiPussi si ispirano certamente allo stoner rock dei Queens of the Stone Age. A detta di Gempa il chitarrista suona stoner, il batterista nu metal e il bassista metalcore, e riescono a mescolare i generi con efficacia. Sul palco dimostrano di possedere la tecnica e la carica adeguate a riscaldare il pubblico.
Sempre da Milano giungono i Satori Junk. Il cantante, nonché tastierista, si presenta con indosso una corona di spine. Da studio, col loro stoner e doom, supportati da una tastiera con effetto psych anni 70, sono eccellenti, e di ottima fattura è loro primo omonimo album. Ricordano gli Electric Wizards, sebbene più moderati di questi ultimi. Dal vivo purtroppo non riusciamo a capire se essi stiano eseguendo diversi pezzi o un unico brano da un’ora, tuttavia molto probabilmente si tratta di un problema relativo all’acustica. Occorre riascoltarli al prossimo live.
Con gli Iron Reagan si fa una pausa dallo stoner, se di pausa si può parlare. Il quintetto arriva dalla lontana Richmond, in Virginia, ed è nato nel 2012, come side-project dei membri dei Municipal Waste, dei Darkest Hour e dei Cannabis Corpse. Nelle loro canzoni, brevi, frenetiche e velocissime, c’è spazio per una feroce critica alla società, alla politica e alla violenza che imperversano nella nostra quotidianità. Il pubblico si scatena. Da subito in mezzo alla folla si apre un circle pit che continua a vorticare fino alla fine del loro concerto. Per la nostra incolumità e quella delle nostre birre, io e Gempa stiamo dietro. Divino invece si scaglia nel mulinello umano e in un attimo lo si perde di vista. Tre canzoni dopo, ovvero dopo due minuti e mezzo a esagerare, torna da noi, fradicio e ansimante: gli Iron Reagan spaccano davvero tanto, sebbene Tony Foresta, il cantante, sembri avere forse meno voce del previsto. Comunque pare di essere tornati agli anni 80, qualcuno infatti è anche vestito con cappellino da baseball con visiera piatta e larga, gilè con toppe e pantaloncini in jeans e calzettoni in spugna fino al ginocchio. Nemmeno Zemeckis riuscirebbe a fare tanto.
Quando alle 23 tocca ai Red Fang, noi ci portiamo davanti al palco. Tanto dopo gli Iron Reagan non si pogherà tanto, vero? Ma figurati! Gli headliner, quartetto barbuto di Portland, Oregon, fino a 3 anni fa accompagnavano nei tour i Mastodon. Composti da Bryan Giles (voce e chitarra), Aaron Beam (basso e voce), David Sullivan (chitarra) e John Sherman (batteria), ora hanno 3 album potentissimi all’attivo ed il primo è “Red Fang”, del 2009. Attaccano a suonare. Come non detto, si riesce a resistere solo alla prima canzone, perché appena la seconda inizia, ci si sgola la restante metà dell’ennesima doppio malto, si
impreca e ci si lancia in mezzo alla bolgia. Si aiuta qualcuno a rialzarsi di tanto in tanto, provando a non inciamparci sopra, e ci si prepara a ritrovarsi l’indomani cosparsi di lividi. A intermittenza, in mezzo ai diversi corpi sudici che si urtano a spallate, incrocio lo sguardo di Gempa, che almeno questa volta ha voluto graziarci non levandosi la maglietta.
È a un certo punto però che, a qualche metro da me, vedo Divino trasportato sopra la folla per poi essere scaraventato a terra oltre le transenne; quello che non vedo invece è quando viene preso per la gola e alzato in aria da un buttafuori un po’ troppo severo, il quale poi tornato in sé lo lascia andare, tuttavia senza chiedergli scusa. In tutto questo casino i Red Fang si sono sparati “Malverde”, “Crows in Swine”, “DOEN”, “The Shadows”, “Wires”, “Prehistoric Dog”, “Into the Eyes”, “Dirt Wizard”, “Blood Like Cream” e un nuovo pezzo, per chiudere con “Hank Is Dead”: un’ora e mezza di sangue, marciume e adrenalina allo stato grezzo!
i-Ku
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