In quest’epoca nuova di fogna
di cui nessuno avrà mai memoria,
la noia divora, l’anima
s’imbratta di cemento, e tu
implori le betoniere di
concedermi la grazia.
A terra, dopo essersi sradicati le ali,
si schiantano i gabbiani
e, strillando ingiurie, a vicenda
si strappano fibre
d’amianto fra discariche d’ambrosia.
Mentre c’improvvisiamo fuggitivi,
implodono abbacinanti i caveau
vuoti e crollano corrotti delle
banche i pulpiti
sulle nostre groppe filigranate.
Così c’hanno tolto il pane,
come di colpo anche gl’incisivi
per contendercelo, sbavando,
lasciandoci brancolare nell’interrogarci
cosa resti infine di due che si amano.
L’uno all’altro. Null’altro.
Intimorita, nell’atro contempli
immobile questa inesplicabile
rovina
travolgerci. Temi di non farcela,
tremi; le lacrime che ti
graffiano
acide sciolgono profondi i cadaveri
del mio silenzio;
e t’abbraccio e vorrei donarti
il meglio di me: un altro me.
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