Intorno grovigli d'erba fosca,
salubre ed umida, e sugl'artigli
degl'alberi nemmeno una mela.
Trascurato dal robusto tocco
indifferente d'una callosa mano,
pesante come tormenti d'illusione,
ogni frutto è caduto e ora
il suo putrido olezzo si tinge
di scuro frinire, di roaboante
bubolare e d'agghiacciante stridire
in questo tumultuoso silenzio.
Impaurito m'accovaccio al suolo e
tutt'intorno sbircio l'impenetrabile
oscuro che m'avvolge come trama,
vomitata da un famelico ragno, cauto,
nascosto in chissà quale abisso
del mio effimero essere impietrito;
trafitto dall'alito diaccio
d'una notte settembrina in agguato;
intimorito dall'ignoto che va oltre
ad un pozzo dall'edera innervato.
E mi ricordo d'alzar lo sguardo.
Anche il cielo è ancora oscuro,
il mio sangue gelato, ogni pensiero
in questo tetro mare annegato.
Ma m'appare un impavido astro,
e dietro di lui, piano piano,
la sua fiera e fulgida armata
stanziata su un candido passo.
E, in mezzo a questo naturale
immondo, ora mi sento al sicuro.
i-Ku
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