Quando alla notte distratta
sussegue inesorabilmente
un'altra notte più scura,e all'immenso oblio siderale
corrisponde altrettanta vacuità
encefalica, la mia,
mi tormento chiedendomicosa possa fare
per redimermi ormai macchiato
da una colpa viscerale,
cancerogena, stantia,
sotto la quale adoròdio sotterrareda una colpa viscerale,
cancerogena, stantia,
il mio desiderio
di masturbata fantasia.
Avevo pianificato ogni cosa,
come un suicida una fine gloriosa:e come un favellator cortese
t'avrei portato la mia rosa
con un biglietto incatenato
sul quale avresti letto (volendo):
"Manca su questa rosa solitaria
della rugiada la fresca carezza,
ma non temère, con garbo sfiorala
con la tua letizia saziandola."
Poi mi sono guardato le mani,
due pale di latta, non attea stringere un comodo spirito,
se non per raggelarlo, stremato.
Mi son scrutato allo specchio,
le rughe si confondevano gravi
con le schiatte crepe del vetro;
e del sorriso nemmeno un alone.
Ho riso di gusto, di me stesso.
Mi sono vestito di fretta,
come meglio ho potuto, distratto, poiché come sempre
mi sono perso
a fingere ogni brusca situazione;e sono venuto da te, senza rosa.
Ti ho vista, ho fatto finta
di non riconoscerti
ancora, e nel mentre ti ho cercata,
come un sieropositivo la sua cura
o come un tossico la sua scusa.
Dall'abisso ho preso coraggio, quello che non ho mai trasudato,
ma spesso cavato,
sradicandomi le viscere e tacendo
il cerebro;
ho cercato lo scontro, pronto,il cerebro;
impaurito, freddo e pentito.
Ecco, quello è il momento
atteso-disperato del mio cupo cedimento.
Mi sono impietrito, floscio,faccia da culo e risoluto,
calando lo sguardo
sono fuggito.
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